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SERGIO MARELLI (ONG ITA E CISA)

Page history last edited by giordano golinelli 9 years, 6 months ago

Intervista a Sergio Marelli

presidente ONG italiane e CISA

(Comitato italiano sovranità alimentare)

 

 

ASCOLTA

 

TEMI: alimentazione consumi diritti disuguaglianze fame poverta responsabilita sovranita spreco

 

Trascrizione

 

Sergio Marelli: Sono Sergio Marelli, ho 52 anni, nella vita mi occupo di Organizzazioni Non Governative, in particolare dirigo una Federazione, quella delle ONG Cattoliche (FOCSIV), e in questo momento sono anche Presidente dell’Associazione Nazionale di tutte le ONG che si occupano di solidarietà e di cooperazione allo sviluppo e di progetti di emergenza.

LAST FOOD: Pensi che il diritto all’alimentazione sia un diritto umano? Perché?

SM:  Più che pensarlo, bisogna oggi riconoscere questo, cioè il fatto che il diritto al cibo sia uno dei diritti umani fondamentali, è uno dei rari successi degli ultimi anni passati della società civile, infatti il diritto al cibo è riconosciuto tra i diritti fondamentali dalle Nazioni e quindi non è solamente desiderata, ma è una realtà che è conquistata anche a seguito di tutte le battaglie, le pressioni che la società civile internazionale ha compiuto negli ultimi 10 anni.

LF: Perché esiste ancora la fame nel mondo? Chi ne è responsabile?

SM: Mah, la fame esiste non certo perché mancano gli alimenti, tutti i dati della comunità scientifica e della Fao, l’Agenzia ONU che si occupa di alimentazione e di agricoltura, riconoscono che c’è cibo sufficiente per sfamare tutti gli uomini e tutte le donne del Pianeta. Quindi a questa domanda complessa si può rispondere in maniera semplice: oggi la fame nel mondo esiste ancora perché c’è un’ingiusta distribuzione di quegli alimenti, del cibo, che oggi esiste, quindi è fondamentalmente un problema di distribuzione di questi alimenti da cui deriva sicuramente la constatazione che tra le principali cause, o tra i principali responsabili della fame nel mondo, vi sono le grandi imprese multinazionali che non si preoccupano di distribuire il cibo a tutte le persone, quanto piuttosto di aumentare i loro profitti. I responsabili sono le popolazioni del Nord del mondo, che sprecando e consumando molto di più di quanto sarebbe necessario, oggi si accaparrano l’80% delle risorse, lasciando il restante 20% delle risorse all’80% della popolazione. C’è una profonda ingiustizia nella distribuzione degli alimenti, e nel consumo di questi.

LF: Che cosa si dovrebbe fare per combattere la fame nel mondo? Chi dovrebbe farlo, i governi?

SM: Sicuramente penso che bisogna tornare a investire nell’agricoltura, do un dato per tutti: negli anni ’80, il 18% di tutti gli aiuti che venivano investiti e lasciato nei Paesi poveri, era destinato a sostenere l’agricoltura; oggi, nel 2008, questa percentuale si è ridotta al 3%. Quindi, questo disinvestimento nell’agricoltura, in particolare il disinvestimento nel sostenere piccoli produttori familiari che sono la stragrande maggioranza dei produttori nei Paesi poveri, è sicuramente oggi la causa principale che bisogna aggredire, se si vuole garantire l’alimentazione per tutti. Sicuramente questa è una responsabilità dei governi, sicuramente questa è una responsabilità delle Organizzazioni Internazionali, sicuramente però è un obiettivo che anche la società civile e le Organizzazioni Non Governative devono porre tra le proprie priorità di azione; bisogna tornare a sostenere l’agricoltura, bisogna tornare a sostenere la produzione, in particolare, ripeto, partendo dalle piccole imprese su scala familiare, che sono la stragrande maggioranza dei produttori agricoli.

LF: Perché tanti Paesi producono per esportare da noi invece che per sfamare la popolazione? Chi lo decide?

SM: Questa è una conseguenza di quello che dicevamo prima: il 20% della popolazione mondiale che consuma l’80% delle risorse, richiede che anche i Paesi poveri, piuttosto che produrre per sfamare le proprie popolazioni, oggi abbiano dei modelli produttivi che sono orientati a esportare i loro prodotti agricoli sui mercati dei Paesi ricchi. Questa decisione è una decisione che viene imposta dalle grandi Organizzazioni Internazionali, in particolare dalla Banca Mondiale e dal Fondo Monetario Internazionale, ma è una decisione che viene sicuramente anche promossa, perché a loro conviene molto, dalle grandi multinazionali, in particolare quelle della commercializzazione e della grande distribuzione, che impongono queste politiche produttive ai Paesi del Sud del mondo per potersi approvvigionare dei beni e degli alimenti necessari, e molto spesso anche degli alimenti di lusso, in questi Paesi, così da poter soddisfare le esigenze che spesso, molto spesso, sono sovrabbondanti, dei Paesi del Nord.

LF: Quali sono le conseguenze di questo? Povertà, migrazioni, altro? Ci puoi fare qualche esempio?

SM: Le conseguenze sono un dato drammatico che la FAO nel proprio Rapporto Annuale, che ogni anno produce per fotografare e per misurare la fame nel mondo, quest’anno nel Rapporto ci dice che negli ultimi due anni, il numero delle persone che soffrono la fame, si è impennato di 400 milioni di unità, cioè da 850 milioni che erano censiti come affamati nel 2007, cifra di per sé già molto drammatica e già molto eloquente, il Rapporto di quest’anno alla FAO dice che per la prima volta nella storia il numero degli affamati nel mondo ha raggiunto il miliardo e 200 milioni di persone. Ora è fin troppo evidente che il miliardo e 200 milioni di persone soffrono la fame, cioè detto in altra maniera, una persona su 5 nel mondo che ha problemi di alimentazione, che ha un problema di fame, è tra le cause principali per la violenza, per le guerre, per i conflitti, conflitti dovuti spesso per l’accaparramento delle terre fertili, e anche delle migrazioni, perché non ci sarà nulla, non c’è nessuna regola, non c’è nessuna legge, non c’è nessuna regola che potrà contrarrestare il pieno diritto di tutte le persone di fuggire da queste situazioni per poter trovare delle condizioni di vita migliori. Le conseguenze sono tutte queste: sono fame, sono povertà, ma sono anche confitti, guerre, instabilità, insicurezze, fame e migrazioni.

LF: è possibile per un consumatore europeo contribuire con le proprie scelte di vita e di consumo alla lotta alla fame nel mondo? Come?

SM: Fino ad adesso abbiamo sottolineato le grandi responsabilità che hanno anche i governi e le Organizzazioni Internazionali, e questo è vero, e perché solamente con una profonda modificazione di queste politiche e delle politiche produttive e delle politiche di commercio internazionale si potrà lottare efficacemente contro la fame nel mondo. Ciò nondimeno che anche i cittadini, anche le singole persone, hanno e possono avere una grande responsabilità nel contribuire a risolvere questo enorme problema che affligge una persona su 5 a livello mondiale. Quindi gli stili di vita bio-responsabili, e cioè il non sprecare il cibo, e cioè avere dei comportamenti compatibili con l’ambiente, e cioè consumare i prodotti che son prodotti vicino a casa senza appunto ricorrere a prodotti esportati dai Paesi poveri, questi sono alcuni esempi di come ognuno personalmente, quotidianamente nelle piccole scelte può contribuire a risolvere questo problema, che è uno dei problemi più scandalosi e più grossi a livello mondiale. Io dico sempre che c’è un esercizio che tutti noi potremmo fare per renderci conto di quanto è grave questa situazione, ma anche di quali sono le condizioni nelle quali vivono quotidianamente la stragrande maggioranza delle popolazioni al mondo: proviamo un giorno, a scegliere un giorno durante il quale proviamo a vivere con un euro: due miliardi di persone al mondo vivono con meno di un euro al giorno. Bene, se prendiamo l’autobus alla mattina per andare a scuola abbiamo finito il nostro euro, se andiamo al bar a bere un caffè abbiamo finito l’euro, se comperiamo il giornale abbiamo esaurito il reddito della nostra giornata, se comperiamo una merendina altrettanto. Insomma, se facciamo una sola azione di quelle che quotidianamente facciamo quasi in automatico, non avremmo più a disposizione altre risorse per poter sopravvivere, per poter vivere e per poter far vivere anche i nostri familiari. Sarebbe un esercizio utile per far comprendere a tutti quali sono le condizioni, quanto siano drammatiche le condizioni di vita di due miliardi di persone al mondo, di una persona su tre.

LF: Infine, che cosa è per te la sovranità alimentare?

SM: La sovranità alimentare è un concetto che si può spiegare con delle parole molto semplici: dicevamo prima che il diritto al cibo è stato finalmente riconosciuto come uno dei diritti fondamentali umani. Ci vuole qualche cosa di più, questa è la nuova frontiera dove le ONG e la società civile si stanno misurando, cioè chiedere che questo diritto al cibo sia garantito anche attraverso la possibilità di tutte le popolazioni, e quindi di ogni Paese, di poter scegliere i mezzi produttivi, gli strumenti con cui produrre, le sementi da coltivare, in una parola di poter autonomamente scegliere le politiche agricole da applicare nel proprio Paese, piuttosto che essere obbligati, costretti, ad applicare delle politiche che sono imposte dall’esterno, in particolare dalle grandi multinazionali che attraverso queste politiche che impongono ai Paesi poveri fanno dei guadagni enormi e massimizzano i profitti. Questo di poter garantire il diritto al cibo attraverso delle scelte autonome della politica produttiva in campo agricolo è quello che viene chiamato “sovranità alimentare”. 

 

Per approfondire:

 

Sito dell'Associazione Italiana delle ONG

Informazioni da e sulle ONG

Il comitato internazionale di pianificazione Ong/Cso - IPC è una rete globale di ONG che si occupano di temi e programmi della sovranità alimentare. Vedere la sezione "punti focali IPC" per le reti regionali e nazionali sulla sovranità alimentare(Inglese, Francese, Spagnolo)

 

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